Da quando gli occhi di Dio guardarono la città di Ruvo

di Michele Ippedico

 

Come nacque la devozione al Volto Santo.

 

La nascita dell’associazione del Volto Santo ha un inizio piuttosto singolare. La sofferenza di una donna, Amalia Di Rella e l’inesausto entusiasmo di un uomo dalla fede semplice e schietta, Michele Lobascio. Amalia Di Rella nasce a Ruvo il 25 maggio 1934 dopo un’infanzia normale, era infatti una bambina vivace affabile e sanissima, dall’età di dieci anni comincia ad accusare un’infinita serie di malattie e malanni che la perseguitano per decenni. Nella vita ha un unico obbiettivo: diventare suora. La fede in Dio è temprata dai lunghi anni trascorsi nelle corsie d’ospedale e pur nella sofferenza, è una persona che attrae, piacevole, ha fascino. È  sempre circondata da molta gente che le vuole bene. I sacerdoti e i vescovi, che si succedono nella diocesi, le riconoscono un amore non comune verso Cristo, un servizio verso gli ammalati, una sottomissione incondizionata alla Chiesa di Roma. Michele Lobascio svolge l’attività di autista al convento delle suore Alcatarine di Molfetta e spesso si sposta per delle commissioni in vari luoghi della Puglia della Campania e dell’Abruzzo.

Dal 30 aprile al 2 maggio del 1969, Amalia è ricoverata nell'ospedale di Ruvo per insufficienza cardiorespiratoria.

Michele Lobascio, suo cognato, visto che i medici non riescono a trovare delle soluzioni, la terza domenica di maggio, la prende un po’ per amore un po’ per forza e le dice: “Vieni con me a Manoppello. Ti porto a vedere il volto di un Cristo. Se lo guarderai negli occhi, Amalia, i tuoi mali finiranno.” Le sue condizioni di salute sono pessime. Con la preoccupazione dei parenti, intraprende il viaggio con le suore francescane di Molfetta. L’autostrada Adriatica non è ancora utilizzabile, la stanno costruendo. Fino a Pescara si passa di paese in paese. Le strade della Capitanata sono insicure, piene di buche e pezzi di terra lasciati dai trattori del Tavoliere.

Le auto non hanno i conforti di quelle di oggi, perciò il cognato la sistema distesa nel bagagliaio.

Fare un viaggio di quasi quattrocento chilometri per vedere un Cristo come tanti che abbiamo qui dipinti, è da pazzi nelle sue condizioni. Le parole di buon senso dei parenti non sortiscono alcun effetto, Amalia si è lasciata convincere.

Michele le ha spiegato che quel volto non è un dipinto, ma è straordinario da vedere. È un miracolo per com’è fatto, oggetto di stupefacente bellezza e interesse che solo pochi conoscono. Amalia ha trentacinque anni compiuti proprio in quei giorni quando si reca a Manoppello, ha perso le speranze di guarigione e soprattutto il suo più grande anelito, diventare suora.

La festa, che si svolge in questo paesino di qualche migliaia di anime, è simile a tante. Amalia, si è fermata nel convento delle suore e tra i tanti frati che seguono la processione non ha notato un frate alto e possente con la barba lunga e bianca, gli occhi celesti, ma non è ancora giunto il momento in cui lo Spirito ha deciso di farli incontrare. Prima c’è la reliquia del Volto Santo. Prima deve innamorarsi dell’immagine lasciata dal Signore su quel tessuto di bisso. Il Volto viene portato in processione e appena giunto in chiesa, l’ostensorio è posto sull’altare e si svolgono le funzioni religiose. Amalia resterà in adorazione dinanzi al Signore, che piano la sta catturando con il suo volto martoriato. Dopo la messa, mentre i fedeli vanno fuori a festeggiare, resta in chiesa con le sorelle francescane a vegliare per l’intera notte, presa dalla contemplazione, non prova neanche ad assopirsi. Prega con le suore e canta, lei che non aveva la voce per il respiro. Da ora in poi ella sa che non potrà più fare a meno della sconosciuta e misteriosa reliquia. Finché le forze lo permetteranno, tornerà sempre in quel piccolo e sconosciuto paesino dell’Abruzzo per adorare il vero volto di Cristo cercato nella sua integra identità dai mistici e profeti. Il volto del quale era innamorata Teresa d’Avila, Teresina del Bambin Gesù, la bellissima santa di Lisieux che non a caso diventeranno i suoi punti di riferimento.

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Il Volto di Manoppello

a chi appartiene 

 come si è formato

   

 

Il velo che poi si scoprirà di bisso, cioè un tessuto secreto filamentoso che, alcuni molluschi bivalvi in particolare ricavato dalla Pinna Nobilis, producono per ancorarsi al fondo del mare. Era usato anticamente per tessere della stoffa assai fine e pregiata. La reliquia, così impalpabile e fragile, era in pessime condizioni e tendeva a polverizzarsi. Nel 1618 i frati cappuccini decisero di porlo tra due lastre di vetro sigillato in un telaio di legno all’interno di un ostensorio, tagliandolo dall’originale. Il sudario era in origine un quadrato della grandezza di circa cinquanta / sessanta centimetri per lato. Un’immagine così eterea che sembra non appartenga a nessuna fibra. Un volto che appare oltre il tessuto. Da una parte all’altra mantiene le stesse caratteristiche di trasparenza. Non esiste alcun dipinto che si veda indifferentemente dalle due bande, né spiegazione scientifica per la tecnica con cui è stato realizzato. Non esistono pigmenti che tracciano un profilo o diano un’immagine da colore. Il bisso è impermeabile e quindi difficile da dipingere. La trama e l’ordito sono così ampi che se ne possono contare i fili e quindi l’immagine teoricamente non dovrebbe avere quella definizione. La scienza che, lo sta studiando, dovrebbe dare delle spiegazioni. Noi dobbiamo fidarci dei suoi metodi e delle valutazioni, dei dubbi e delle perplessità. Bisogna fidarsi e nessuno di noi deve aver timore delle analisi che il metodo scientifico ci pone dinanzi, qualunque siano i risultati. Per fede noi crediamo che, date le forti attinenze con la passione, quello è il volto di Cristo. Lo intuiamo. E di chi altro potrebbe essere quella faccia martoriata se non del Cristo?

Il volto è stato percorso dagli schiaffi e dai pugni. Una guancia è gonfia, la bocca e il mento sono lividi. Sulla fronte sono impressi i segni delle spine conficcate a furia di bastonate. Probabilmente una, mal data, gli è giunta sul setto nasale spaccandolo e se ne nota l’ematoma in modo ben chiaro. L’immagine ci dice molto più nei dettagli di quanto non descrivano i Vangeli. L’uomo del volto ha circa trent’anni con gli occhi castani e le ciocche dei lunghi capelli strappate che ancora s’impennano sulla fronte. A ben guardarlo non ha niente di patetico.

 

Sovrapponendo i due volti, quello della Sindone e quello di Manoppello, si scoprirebbe che i tratti coincidono, hanno gli stessi lineamenti e sono deturpati negli stessi punti del viso e della fronte. L’unica differenza è negli occhi. Il Volto di Manoppello ha gli occhi aperti, la Sindone li ha chiusi. Dal punto di vista fotografico, una è un’immagine in negativo, l’altra in positivo.

La più importante studiosa del velo è suor Blandina Pascalis che sta conducendo degli studi sinottici sulle tracce lasciate tra velo di Manoppello, la sacra Sindone e il telo di Oviedo, lenzuolo con cui Cristo morto fu trasportato dalla croce fin nella grotta della sepoltura. Qui poi fu avvolto nella sindone su cui fu posto il velo di bisso. Finora è certa che sia la stessa persona morta in croce, non solo per i caratteri somatici simili e sovrapponibili e per l’appartenenza allo stesso gruppo sanguigno, ma si attende uno studio sulla mappa cromosomica che dovrebbe poter accertare, se il sangue dei tre sudari sia appartenuto alla stessa persona. Il velo di Manoppello, potrebbe essere la reliquia più importante della cristianità dal punto di vista teologico. Se si riuscisse ad accertare in modo scientifico che quel tessuto è stato posato sul volto di Cristo nel sepolcro, sarebbe la prova della resurrezione. Mentre il volto della Sindone ha gli occhi chiusi e il corpo nella staticità della morte, quello di Manoppello possiede un proprio dinamismo, cioè sembra che stia per muoversi o nell’atto di muoversi. Padre  Domenico trentaquattro anni fa, è stato il primo ad intuire questo rapporto tra la sindone e il santo velo (allora completamente sconosciuto), tra l’immagine della morte dell’uno e la resurrezione dell’altro.

 

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Dopo questa scoperta  iniziano i pellegrinaggi

 

Amalia, dopo quel primo pellegrinaggio, stava molto male. Le difficoltà cardiache e respiratorie erano le stesse, così dicevano i referti medici. Insomma non era guarita affatto, era stata meglio quel giorno a Manoppello, ma poi i problemi di salute erano ritornati. Comunque inizia a parlare con entusiasmo del Volto Santo tra parenti e amici. Finché nel maggio del 1970, si reca una seconda volta, con il cognato e con le suore Alcantarine di Molfetta, sempre con quel pulmino che sobbalzava ad ogni fossa. Il richiamo è più forte di qualsiasi altra prudenza. Il Volto Santo le ha preso l’anima. Pur in una eterna agonia, continua a convivere con le sue malattie e sofferenze.

Dopo quattro ore giungono a Manoppello e va direttamente al santuario. Nessuno immagina quello che le sta per accadere. In quel momento aveva il viso brutto gonfio e flaccido. In chiesa la portano a braccio, simile ad una deposizione. Quando giungono di primo mattino la chiesa è vuota. Un frate apre la porta principale e appena la vede, chiama un certo padre Domenico da Cese. Arriva un frate alto e robusto che fa impressione a guardarlo, con una barba lunghissima e bianca, un vocione dall’inconfondibile accento abruzzese. “Dove sta l’ammalata?” È il primo impatto che Amalia ha con padre Domenico da Cese.

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  Chi è questo padre Domenico da Cese

Su padre Domenico da Cese (Emidio Petracca) si sono scritti diversi libri e altri se ne stanno scrivendo per la sua straordinaria figura di mistico e profeta (colui che conduce a Dio). È difficile riassumere in modo sintetico la grande personalità e i carismi. Emidio Petracca era nato a Cese di Avezzano (L’Aquila) il 27 marzo del 1905 e a settembre 1978, si recò a Torino per l'esposizione della Sacra Sindone, il 17 muore investito da un’auto.

 

All’ospedale scoprono che aveva una stigmata al costato. E' tumulato a Cese nella tomba di famiglia. In breve, è il frate che ha promosso il culto del Volto Santo da quando fu mandato al convento di Manoppello. Questo è il suo primo e non unico merito. È stato un padre spirituale per molti ruvesi che possono testimoniarne    i carismi straordinari.

Questo uomo aveva ricevuto da Dio dei poteri straordinari. Era capace di scrutare nelle anime e rivelare peccati che la coscienza si sarebbe vergognata di confessare.

Per un periodo della sua vita, ha avuto le stigmate alle mani e ai piedi, poi scomparse. A vederlo metteva soggezione, ma sotto la potenza del corpo maestoso, si nascondeva un tenerissimo bambino di Dio.

Quando incontra Amalia, sembra che si beffi di lei, la prenda in giro per le sue pur documentate malattie. A parte l’interessata, chiede e opera la grazia del corpo e dell’anima, sotto la benedizione del Volto Santo e l’ottiene. Dopo la morte del frate sono state prodotte le prove dell’avvenuta guarigione di Amalia e non solo di lei, ma molti associati hanno testimoniato i suoi carismi, adesso che la Chiesa ha aperto la causa di beatificazione. Dinanzi al Volto Santo, trasfigurava il suo essere. Quello che sappiamo e che abbiamo saputo sulla reliquia, lo dobbiamo alla sua intuizione mistica. Gli studi sul velo di bisso sono iniziati dopo circa vent’anni dalla sua morte e sono la conferma di quanto affermava il padre di Cese.

 

   

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La guarigione di Amalia

Quando Amalia giunse a Manoppello, nel maggio del settanta, salendo la scalinata della basilica senza respiro e con il cuore che le pulsava in modo folle mentre il cognato e una suora la reggevano, all’incontro con padre Domenico ebbe la guarigione. Il frate le ordinò di andare a vendere i ricordini e le corone nella navata destra, sotto lo sguardo perplesso di Michele Lobascio. Amalia ubbidì attonita. Durante la festa, seguì la processione sotto braccio del cognato che pensava. “Questa mi cade a terra da un momento all’altro.” Non fu così. La futura Discepola del Volto Santo cantò inni, mangiò al convento, compreso il dolce, fino alla sazietà. Ritrovò forze ed energie, fu la guarigione dalle malattie ben documentate che la tormentavano.

 

 

 Padre Domenico la prese sotto la sua direzione spirituale. Ella gli narrò della sua esistenza di malata e le sue attese spirituali. La vita cambiò da quel giorno. Sulla strada del ritorno da Manoppello, Amalia si sentiva forte e viva. Le sue energie si erano centuplicate. Il sorriso non riusciva ad esprimere la gioia, eppure doveva tacere. Quando i parenti la videro, rimasero senza fiato. Erano stupiti. Si muoveva in modo tanto agevole quanto naturale. Non prese più medicine. Era ridiventata bella e in salute iniziando una nuova giovinezza. Guarita, comincia ad intensificare la sua missione: dedicarsi agli ammalati e a far conoscere e ad adorare il volto di Cristo. Con padre Domenico progetta che una copia, la più bella possibile sia sistemata nel Purgatorio. Da allora è stata bene, e i suoi successivi malesseri sono stati di natura mistica che lei ha nascosto, ma che grazie alla testimonianza di molti sono stati svelati dopo la sua morte. Questi fenomeni sono stati documenti dalle testimonianza dalle persone che l’hanno conosciuta, hanno visto e vissuto insieme sia nell’associazione di Ruvo che nella comunità di Andria. Il Signore vuole che stia bene per condurla all’altare. Infatti il 30 gennaio 1974 ottiene il ministero speciale dell'Eucarestia e l’11 febbraio 1976 prende la vestizione e i voti nella chiesa di Manoppello, consacrandosi alla Madonna del Carmelo. Il suo sogno si realizzerà appieno, quando prenderà quelli perpetui il 12 febbraio 1981, sotto Monsignor Garzia, nella chiesa del Purgatorio.

Nel 1986 sarà istituito l’ordine diocesano delle Discepole del Volto Santo, con don Tonino Bello, durante il papato di Giovanni Paolo II.

 

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Come nasce l’associazione

 

Da quei giorni degli anni settanta, a ricorrenze prestabilite, Amalia organizzava dei pullman per Manoppello e i posti non bastavano mai, perché cominciavano ad unirsi anche fedeli di Andria. Padre Domenico le chiese di preparare il pranzo per i pellegrini. Questa fu la prima eucarestia celebrata dalle comunità di Ruvo e di Andria riunite a tavola, per spingerle ad amare il Volto di Dio. Il cibo o il caffè diventano l’occasione per stare insieme, senza distinzione di ceto sociale o economico. Amalia si rimboccò le maniche, insieme alle sue prime discepole d’allora, Mietta e Giovanna, Melina, o con sua madre e alle sue sorelle Maria Santina e Benedetta che lavoravano di notte perché il cibo fosse pronto al mattino prima della partenza.

Il trenta ottobre del mille novecento settantaquattro giunge a Ruvo per la prima volta padre Domenico, sono giorni in cui si raccolgono molte anime intorno a lui e ad Amalia. La chiesa del Purgatorio è colma di gente. La notizia passa di bocca in bocca e c’è tanta folla in chiesa a confessarsi.

Nel 1974 inizia il cammino dell’associazione, sotto la guida di padre Domenico da Cese, del quale possiamo affermare di esserne il fondatore. E poi ancora una seconda volta nell’76.

In quegli anni il punto di riferimento è la casa di Amalia a Ruvo su corso Jatta al numero 66. Dopo la messa al Purgatorio delle sette e mezza, si fermano e stanno insieme le prime anime che hanno avuto benefici spirituali e materiali proprio dall’incontro con padre Domenico. Dopo la colazione con latte caffè e biscotti, iniziano la Via Crucis, progettano di visitare gli ammalati per prestare assistenza cure e attenzioni spirituali, pulire la chiesa o altre attività di servizio, che diventeranno la missione umana della futura suor Amalia. Elementi che si ripeteranno da quando si sposterà in Andria nel 1984. Da questo nucleo, nel corso degli anni, inizierà a crescere l’associazione del Volto Santo nella chiesa del Purgatorio sotto la direzione spirituale di don Vincenzo Amenduni, per prima nella diocesi di Bitonto – Ruvo sotto il vescovado di monsignor Aurelio Marena e formalizzata il 27 giugno del 1977. Padre Domenico in quell’anno torna a Ruvo, per la terza volta e benedice l’immagine del Volto Santo inserita nell’edicola sul muro di cinta della villa Caldarola e ancora lì presente. Insieme ad Amalia ai signori Tota, i Del Vecchio ai Lorusso Pellegrini ai Fracchiolla e ai Lamura, il frate enuncia quelli che saranno i canoni dell’associazione.

Nel 1980 nel mese di maggio, viene posta l'immagine del Volto, nella chiesa del Purgatorio, così come la si vede oggi, e viene eletto il professor Vito Lamura, primo presidente. Dall’ottanta quattro, suor Amalia si sposta ad Andria (con il consenso di don Tonino Bello) dove ha raccolto anche lì molte anime e fonda la comunità di famiglie del Volto Santo, attiva ancora oggi. L’8 dicembre del 1986 nella chiesa del Purgatorio pronunciano i voti annuali le consorelle Maria Matera Grazia Di Bari e Rosa Prudente,  le prime Discepole del Volto Santo, fino ai voti perpetui del 17 giugno del 1991. Da maggio a giugno del 1998, viene esposta la Sindone a Torino. Suor Amalia muore in quell’anno, il 16 giugno, nell'ospedale di San Martino a Genova, all'una e quindici di notte.

Oggi l’associazione continua la sua opera sotto la presidenza della Professa Grazia Montaruli e degli associati vecchi e nuovi, così come ad Andria il signor Mario Braga continua l’opera della comunità del Volto Santo.

La vita di suor Amalia andrebbe approfondita, analizzata nei dettagli. Le opere di questa donna in apparenza malaticcia, dall’aspetto dimesso e comune, nascondono delle risorse e dei tesori inediti da svelare.

Ma questa è un’altra storia e speriamo di poterla narrare un’altra volta.

 

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