Introduzione

Esterno-interno

Platea

Note critiche

Arciconfraternita

Album foto

Storia scapolare

Mese in onore di Maria

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il libretto

 

 

 

 

CHIESA di MARIA SS. del CARMELO

( ex chiesa di S. VITO )

di Sergio Di Clemente

Nasce come Chiesa  di S. Vito, divenne la Chiesa della Madonna del Carmelo nel 1613.

Si trova all’interno del centro storico, sulla via della Cattedrale; si apre un piccolo slargo che funge da quinta alla facciata più nuova della chiesa; le facciate laterali non sono più visibili grazie al fatto che hanno addossato due case alla chiesa; mentre il lato meridionale è interamente coperto, il lato settentrionale presenta un piccolo arco di passaggio.

Non si conosce il progettista di S. Vito, ma ci sono progetti di ampliamento dell’ingegnere Pomodoro.

La chiesa fu commissionata dall’ Arciconfraternita del Carmine e realizzata tra il 1500 – 1570 circa ( rimaneggiata in seguito nel 1880 )

Ha murature in conci di pietra e volte in mattoni.

Nell’ex chiesa si S. Vito la chiesa presentava tre navate; oggi  la pianta appare contratta e con un’unica navata; il campanile fu progettato dall’ing. Pomodoro e costruito tra il 1881 e il 1885

Le volte sono a botte di mattoni parzialmente affrescate, con semicupola sull’abside.

 

Esterno

 

Esternamente la chiesa non presenta particolari decorazioni: troviamo uno stemma all’interno di un timpano curvilineo, il portale d’ingresso modanato con lesene, sul lato Nord è presente un bassorilievo raffigurante una Madonna del 1700 ( in gesso ).

Interno

Sulla destra dell’ingresso principale si trova una lapide del 18° secolo del notaio Barese, una tela con “S. Vito tra S. Modesto e S. Crescenza” ( 1621 ) del veronese Alessandro Fracanzano; la tela rappresentante “la Madonna del Carmine” del romano Andrea Bordone; il dipinto del “compianto su Cristo morto” (anteriore al 1624 ) di un anonimo pittore napoletano; sempre del 1624 la tela della “Natività” di un certo Abate Claudio; statue lignee del XVIII secolo raffiguranti vari momenti della passione di Cristo attribuiti allo scultore altamurano Filippo Altieri; la volta è parzialmente affrescata con le immagini della “Esaltazione della Croce” e della “Madonna del Carmelo”.

 

Strutture sotterranee

Le strutture che si possono vedere nei progetti per l’ampliamento della chiesa, potrebbero appartenere alle fondamenta della chiesa di S. Vito; purtroppo non sono visitabili perché l’unico ingresso, sul retro della chiesa, è murato.

“Platea”

 

    Un prezioso e artistico manoscritto, custodito nell’Archivio della Chiesa del Carmine, la cosiddetta “Platea”, fu redatta nel 1748 dal canonico D. Girolamo Simia, rettore della Chiesa del Carmine e arciprete del Capitolo Cattedrale.

    Nella strada dello Specchio o Contrada di S. Vito – così nel manoscritto – sorgeva la chiesa beneficiale di S. Vito martire, edificata nel 1500. Il tempio era a tre navate, attualmente ridotto ad una sola con due porte; la principale era rivolta verso occidente e l’altra a settentrione. Vi era un altare maggiore in legno dorato sul quale troneggiava l’effige della Madonna del Carmelo ( donde attinse il nuovo titolo la chiesa ) con ai lati S. Marco e l’angelo custode, opera del 1613, appartenete ad Andrea Bordone da Roma. In “cornu evangelii” vi era un altro altare con un dipinto della Natività di Gesù; di fronte ve n’era un altro con una grande tela di S. Vito, Crescenzia e Modesto. Erano custodite qui altre opere d’arte come cinque tondi su tela raffiguranti i misteri della Passione di Cristo, una tela di S. Matteo e una della Resurrezione. In “cornu evangelii” si trovava l’organo costruito nel 1734 sotto l’arciprete D. Giacomo Simia. Vi era poi un sepolcreto per i confratelli ed un altro  a parte in cui giacevano le spoglie del vescovo carmelitano Sebestiano D’alessandro ( 1672 ). Sulla sua lastra tombale attualmente in un ambiente attiguo alla chiesa, si fanno memoria ed elogi del D’alessandro, eletto da Clemente X. C’erano anche altre memorie funerarie collocate sui vari sepolcri ( D. Luca Cuvilli, D. Antonio Miraglia ).

    In un oratorio annesso alla Chiesa di S. Vito fu eretto poi un altare con una miracolosa statua di Gesù che porta la croce, opera che lo scultore Filippo Altieri di Altamura ricavava dal tronco di ciliegio nel 1674, oggetto di devozione particolare per il popolo ruvese e che viene portata ancor oggi processionalmente nel vespro del venerdì santo. Tale oratorio corrispondeva alla strada detta della “Strignatora”, ove si riunivano i confratelli per gli “esercizi spirituali”.

    L’altare sopra menzionato fu edificato sotto il rettorato del primicerio D. Carlo Quercia.

    Nella cappella c’erano i dipinti dei misteri della Passione e Risurrezione di Cristo.

    La chiesa fu rimodernata fra il 1683 e il 1713.

     Dall’Archivio Capitolare di Ruvo ( vol. XIV, pag. 72 ) si apprende che gli amministratori del Carmine domandavano al Capitolo le pietre che erano nel giardino di S. Nicolò vetere, per la “fabbrica” della loro chiesa.

     Dice la Platea a pag. 20 che: “si modernò la chiesa di S. Vito con farvi il nuovo oratorio, sagrestia, camera sopra la detta sagrestia e con farsi anche la cima al campanile”.( vedi progetti  Caporale, Passaretti e Pomodoro )

    Qui nel 1604, una piccola ed eletta schiera di cittadini ruvesi stabilì di erigere canonicamente la Confraternita del Carmine; ottennero la concessione il 18 maggio 1604 dal vescovo. Il tempio venne concesso in uso ai primi confratelli, con l’unico obbligo di restaurare la chiesa nel caso ne avesse avuto bisogno. Fra i restauri che la confraternita realizzò, vi fu un ambiente in cui si raccolsero memorie epigrafiche e bassorilievi di benefattori, un’iscrizione della congregazione diventata arciconfraternita con Breve di Clemente X, che ne approvava le regole in data 14 settembre 1675.e 1675.

    Vi era inoltre un mausoleo in pietra del notar Carlo Barese, istitutore di un “Monte Barese” fondato nel 1690, la cui amministrazione, con suo testamento del 3 ottobre del 1701, veniva affidata al rettore della confraternita del Carmine.

 

 


 

Note critiche

 

Essendo priva di un’ala, la facciata viene mortificata del suo naturale slancio. Pregevole per la sua snellezza e la semplicità delle sue forme è invece il campanile di pianta quadrangolare, che insieme a quello della cattedrale e delle chiesa del Redentore, si erge sull’intero panorama cittadino.

    Il preesistente di media altezza, sorreggeva due campane, così come si evince dalla Planta Regia della confraternita. L’intera vicenda costruttiva fu portata a termine nel 1881 su disegno dell’ingegnere molfattese Pomodoro.

    La volta della lunga navata è in parte affrescata; vi si ammirano due medaglioni: in uno si nota l’esaltazione della croce, e nell’altro la Vergine del Carmelo. Nel 1621 il sodalizio fece seguire una grande pala dei Santi Vito, Crescenzo e Modesto dal pittore veronese Alessandro Fracanzano.

    Sul primo altare a sinistra si nota una tela della Natività che arieggia quella del Ribera e che ha per autore un certo abate Claudio del 1624. In ultimo va menzionato un quadro di pregevole fattura che riproduce il Battesimo di Gesù.

    Ne è autore Achille Jovine, che lo eseguì nel 1889 su commissione della famiglia Spada. Fu  fatto realizzare per il beneficio che ne aveva tratto con la demolizione della chiesa di S. Giovanni Rotondo nel 1864.

 



 

ARCICONFRATERNITA DI MARIA SS. DEL CARMELO

(Secondo le norme internazionali I.S.A.D.(G) e I.S.A.A.R.(CPF)

Stesura a cura di Francesco Bernardi

La confraternita di Maria SS. del Carmelo vide la luce il 15 maggio 1604 per iniziativa di alcuni ecclesiastici e cittadini, ai quali il vescovo Gaspare Pasquali concesse il nulla osta alla fondazione ed all'approvazione delle regole. Nello stesso anno al pio sodalizio venne concesso (con un pio legato di tale Don Giuseppe Ruta) il beneficio perpetuo dell’utilizzo della chiesa di S. Vito. Le regole statutarie vennero poi confermate prima con una "breve" di Papa Paolo V (23/12/1615) e successivamente con un Decreto di Clemente X (4/9/1675).

La congregazione divenne ben presto la più ricca e influente della diocesi di Ruvo e svolse un ruolo fondamentale di controllo sociale tramite le sue numerose iniziative di assistenza e beneficenza. Tali attività non si esaurivano all'interno della pia associazione, ma coinvolgevano l'intera comunità rubastina.

Due confratelli nominati mensilmente dal rettore, infatti, avevano il compito di visitare quotidianamente i carcerati, assistendoli materialmente oltre che spiritualmente. A tal fine, i due associati ogni giovedì compivano un giro della città per chiedere l’elemosina. Ad altri due congregati spettava poi il compito di visitare gli ammalati, fornendo loro vitto e medicine (queste ultime dal Monte di Pieta) raccolte elemosinando il martedì e il venerdì.

Nei tempi della raccolta dell’orzo, del grano e dei legumi un'altra coppia di confratelli vagava per le campagne raccogliendo vettovaglie che poi erano conservate per l'inverno o per altri tempi di necessita. In città si raccoglieva altresì il denaro per i lavori della fabbrica della chiesa di S. Vito e dell'oratorio confraternale.

Cosi come l'attività assistenziale, anche le pratiche cultuali e devozionali non si esaurivano nell’ambito della confraternita ma erano indirizzate a tutta la comunità: ciò fece si che la pia associazione si ergesse a modello dei culti e dei comportamenti devozionali raccomandati dalla Chiesa dopo la conclusione del Concilio di Trento. Ricordiamo il culto mariano (quello centrale), quello dell'Eucaristia, quelli di S. Marco e dell’Angelo Custode.

Molto sentito era poi il culto della Passione di Cristo e dei Misteri Dolorosi: a tale scopo, infatti, la confraternita si procurò dei simulacri molto belli e suggestivi per la processione del Venerdì Santo che si svolge tutt'oggi.

Nel secolo XVIII il regime borbonico produsse un'imponente opera legislativa mirata a riaffermare la tesi della "laicità" delle congregazioni e dei luoghi pii in generale.

Ciò ebbe due importanti ripercussioni su una confraternita come quella del Carmine, fondata e costituita in buona parte da ecclesiastici e nella quale i prelati occupavano importanti cariche direzionali e amministrative. Si pensi ad esempio che nel 1752 ben 42 dei 141 consociati erano chierici.

Le deliberazioni del Rescritto Reale del 21 luglio 1753, a più riprese ribadite anche negli anni successivi, ridimensionarono decisamente la presenza degli uomini di chiesa nell'amministrazione delle confraternite e precisarono che gli ecclesiastici dovessero essere sostituiti con i laici nelle cariche ufficiali. Addirittura nel 1761 si prescrisse che i prelati venissero privati di ogni voce (anche passiva) nell'elezione degli ufficiali, venendo persino diffidati dal presenziare alle riunioni per il rinnovo delle cariche amministrative in quanto elementi superflui e disturbatori!

Nel 1763, dunque, lo statuto confraternale venne modificato negli articoli concernenti la figura ecclesiastica del Rettore che fu sostituita con quella laica del Priore e in quelli che regolavano la pratica delle "questue" (ovvero  la  vendita  di  prodotti  della  terra  per  raccogliere offerte), per le quali era necessario chiedere l'autorizzazione regia, rimanendo per il resto immutato. II Regio Assenso di Ferdinando IV giunse il 30 maggio dello stesso anno.